​Il battito del tempo: un viaggio tra i calendari del mondo

Uno dei primi e grandi ostacoli che si frappongono tra l’Uomo e la felicità e l’armonia; è che ci illudiamo che il nostro pensiero sia giusto a prescindere; che sia la base su cui si appoggia lo scorrere del mondo. Niente di più lontano dalla verità. Partiamo quindi a raccontare come il “tempo” e il suo scorrere, benchè molti pensino sia un solo susseguirsi di secondi; sia variegato in diverso da zona a zona del mondo (e non sto parlando di fusi orari).

​L’idea che il tempo sia una linea retta uguale per tutti è, in realtà, una convenzione moderna. Se potessimo viaggiare istantaneamente tra i diversi angoli del pianeta; ci accorgeremmo che il “qui e ora” non è solo una questione di fuso orario; ma di radici profonde che affondano in modi diversi di osservare il cielo. La maggior parte di noi è abituata alla precisione del calendario gregoriano; un sistema solare nato alla fine del cinquecento; per correggere i piccoli errori del passato e allineare i giorni al cammino della Terra attorno al Sole. È un meccanismo quasi perfetto; eppure è solo una delle tante lenti attraverso cui l’umanità ha scelto di guardare il passare dei mesi.

​Spostandoci verso il mondo islamico, il ritmo cambia radicalmente perché il punto di riferimento non è più il Sole; ma la Luna. Qui il tempo è fluido e mutevole: il calendario lunare è più breve di circa undici giorni rispetto a quello solare; il che significa che le stagioni e le Festività Sacre scivolano lentamente di anno in anno, attraversando l’intero arco solare in un ciclo che si ripete ogni tre decenni. È un modo di vivere il tempo che privilegia l’osservazione diretta del cielo notturno, dove ogni mese inizia con il primo avvistamento del crescente di luna.

​Esiste poi una via di mezzo affascinante, quella dei calendari lunisolari, come quello cinese o quello ebraico. Questi sistemi cercano di far convivere due mondi: seguono i cicli della Luna per definire i mesi, ma introducono periodicamente dei “mesi extra” per evitare che il calendario si scolleghi troppo dalle stagioni terrestri. In Cina, questo legame con la natura è ancora più sentito grazie all’alternanza dei dodici animali dello zodiaco, che trasformano ogni anno in un simbolo con caratteristiche precise. In modo simile, il calendario ebraico modula la sua durata per garantire che le festività agricole cadano sempre nel periodo climatico corretto, mantenendo un equilibrio millenario tra il cielo e la terra.

​Se poi volessimo vivere un’esperienza quasi di “viaggio nel tempo”, basterebbe guardare all’Etiopia. Lì il calendario non è solo diverso nella struttura, ma anche nel conteggio degli anni, risultando circa sette anni indietro rispetto a quello occidentale. Con i suoi tredici mesi, di cui l’ultimo cortissimo e quasi magico, il sistema etiope ci ricorda che la misurazione del tempo non è una verità scientifica assoluta, ma un atto culturale e spirituale. Ogni calendario, in fondo, non serve solo a contare i giorni, ma a raccontare chi siamo, da dove veniamo e qual è il nostro posto nell’immenso orologio dell’universo.

Il Tempo inciso: il respiro dell’Arte Tribale

Ma c’è un tempo ancora più antico e viscerale, un tempo che non si legge sulla carta, ma si tocca con le dita: è il tempo dell’Arte Tribale. In molte culture tradizionali, il calendario non è una griglia astratta, ma un oggetto fisico, spesso rituale, che serve a connettere l’uomo con gli antenati e con i ritmi della terra.

Nella collezione della Casa Museo Filippo Biagioli, conservo con cura due rari calendari in osso provenienti dalla Papua Nuova Guinea. In queste terre, dove la natura detta legge, il tempo viene inciso sulla materia organica. L’osso non è scelto a caso: rappresenta la durata, ciò che resta dopo la vita, la memoria che non svanisce. Ogni tacca, ogni foro su questi strumenti non è solo un giorno che passa, ma un atto rituale, un dialogo con il Mondo degli Spiriti.

In queste società, il tempo è spesso ciclico e “verticale”. Non si conta quanto manca alla fine dell’anno, ma si celebra il ritorno di una stagione di caccia, il sorgere di una stella o la maturazione di un frutto. Questi calendari in osso ci insegnano che il tempo può essere scolpito: l’arte diventa così l’unico strumento umano capace di “fermare” l’istante per renderlo eterno.

Inserire questi pezzi nel percorso di San Quirico significa ricordare a ogni visitatore che l’uomo, da sempre, ha sentito il bisogno di lasciare un segno per non perdersi nell’infinito. Il mio lavoro di incisione nel cantiere della Casa Museo non è diverso da quello di quegli artisti anonimi della Papua: è un tentativo di dare un ritmo sacro alla nostra esistenza.

E per tornare all’attualità occidentale… Buon 2026 da parte mia e di tutta la Sampdoria

Filippo Biagioli