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L’Aurum alchemico: la doppia elevazione e la redenzione del marciume

Nella geografia spirituale che ho tracciato con lo Yurakani Creato, esiste un punto di approdo che supera la perfezione stessa della Rubedo. Molti si fermano al trionfo del Rosso, alla vitalità del sangue e dell’oro solare, ma la mia esperienza nel rito mi ha portato oltre, verso quella che definisco l’era dell’Aurum. Non si tratta di una semplice fase successiva, ma di un’apoteosi circolare e definitiva: è il momento in cui l’opera non si accontenta più di essere pura, ma decide di essere totale.

filippo biagioli reparto spazio alchimia Serravalle Pistoiese Alchemy
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L’Aurum rappresenta quella “Doppia Elevazione” dove lo spirito, dopo essersi elevato una prima volta verso la luce, compie un secondo balzo sovrumano. In questa fase terminale del mio percorso, avviene quello che chiamo il Coito Funebre tra gli opposti più estremi: il vecchio distrutto e marcito della Nigredo si ricongiunge al nuovo splendente della Rubedo. È un atto di umiltà e potenza senza precedenti, in cui l’oro non si limita a brillare, ma si china a riprendere tra le mani i propri resti, i frammenti di ciò che era stato scartato perché considerato “sbagliato” o corrotto.

In questa mia visione, l’Aurum è la materia che ha acquisito una tale perfezione da poter finalmente riapprendere il buono contenuto nel marciume iniziale. Nulla va perduto nel rito. Il marcio, il fallimento e la cenere dei primi passi non sono più nemici da dimenticare, ma diventano sostanza preziosa che viene riassorbita e trasmutata. È come se lo spirito, elevandosi a se stesso per due volte, acquisisse la vista necessaria per riconoscere la scintilla divina anche nel fango più denso.

L’Aurum è dunque l’integrazione suprema. È il silenzio che segue il grido, ma è un silenzio che contiene in sé tutte le voci del viaggio. Qui l’Analfabeta e l’Imperatore siedono finalmente sullo stesso trono, contemplando un’opera che è diventata eterna proprio perché ha avuto il coraggio di marcire e rinascere, senza rinnegare nessuna delle sue ferite. È il sigillo finale del Yurakani, il momento in cui l’artista smette di cercare la luce per diventare egli stesso la sorgente di un oro che non conosce ombra, poiché l’ombra l’ha mangiata e trasformata in saggezza.

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