Fumetto TECLA LA FAVOLA DEL MALE

TECLA, LA FAVOLA DEL MALE

fumetto scritto e colorato da filippo biagioli e disegni di Andrea Mattiello.
Lascio la presentazione a questo esauriente scritto della 11 Dreams Art Gallery di Tortona

INFO e/o ACQUISTI: info@filippo-biagioli.com

Tavola dopo tavola la storia e la pittura scorrono, in questa nuova opera di Filippo Biagioli e Andrea Mattiello, sotto il segno della maturità di stile e di un’evoluzione pienamente compiuta del loro lavoro e della loro instancabile ricerca e innovazione, nei temi e nel modo di rappresentarli. Oggi con una collaborazione felice e una totale intesa, frutto di un incontro a quattro mani, fra i due artisti, diventato ormai necessario e inevitabile in un percorso che da tempo li accomuna e non solo in sede espositiva. La graphic novel, la cui protagonista è una bambina di nome Tecla, appassiona e coinvolge; le tavole-inquadrature, a volte prettamente cinematografiche – e lo si vede appieno nell’epilogo della storia di Tecla, la Favola del Male –, hanno inizio, graficamente, con una fitta pioggia (che qui è immagine di un sentimento malinconico e allo stesso tempo compagnia che allevia lo stato di tristezza e solitudine di Tecla), resa con quel “tanto poco” che dà moltissimo: tratti verticali di pastello nero su fondo acquarello grigio azzurro con lievi sfumature crepuscolari. Tutto il resto viene dopo, spalancando quest’acquatico sipario di pizzicate e granulari tracce; Rain and tears, Quelli che restano e ciò che la musica e la pittura possono sollecitare. Dai graffiti in poi viviamo dentro un enorme mosaico-puzzle di forme, colori, segni, parole, suoni con le tessere interdipendenti fra loro comunicanti. Boccioni, è vero, in un quadro, opposto ai dettami futuristi, che è lentezza e riflessione, con quelle figure fatte di tratti in mezzo ai tratti, la cui arrendevolezza, all’insegna del totale disarmo, avanza lentamente insieme a loro, curve sotto il peso di una solitudine che opprime al di là di ogni sopportazione.
Nelle due pagine che seguono Biagioli e Mattiello ci presentano due cinematografiche inquadrature ravvicinate: nella prima, un rospo verde (principe e diavolo, critico e storico dell’arte dai poteri taumaturgici su colori e forme) magrittianamente pensa ai tratti di pastello come segni e disegni e non solo come illusiva pioggia (pur potendone evocare i poteri rasserenanti e consolatori), quindi, sulla rinnovata autostima provocata in Tecla, diventa spinta vitale alla sua salvezza dall’inedia; e da lì si dipana la storia. Nella seconda, le delicatissime mani di Tecla circondano, in un abbraccio affettuoso, il rospetto che è il suo unico amico e che, portandole – attraverso un foro nel muro che comunica con l’esterno – a più riprese rametti e foglie, fa sì che con questi strumenti e con le carte già in suo possesso possa evocare la formula magica che le permetterà, essendo diventata invisibile, di evadere dalla tetra prigione nella quale l’aveva rinchiusa il Priore Nunzio Edoardo.
Solve et Coagula, formula alchemica per antonomasia di dissoluzione e ricomposizione, sta scritto sopra la porta dietro la quale “vive” Tecla caricata dell’incomprensibile punizione che le è stata inferta, e Violetta de’ Gigli, che prima di lei vi era stata segregata – rinchiusa fino alla morte in questo tristo luogo sito nei sotterranei di una chiesa – e dal cui spirito Tecla riceve i magici poteri di cui farà uso, con grande padronanza e freddezza, al momento opportuno.

Le mani degli artisti s’intersecano nella realizzazione dei dipinti e poi del libro, sceneggiatura di Biagioli, matite di Mattiello, inchiostri e colori di Biagioli. Una particolare attenzione viene da loro riservata all’impianto prospettico delle mani (in alcune opere, queste, hanno una dimensione monumentale), trattate con morbidezza come mani che possono dolcemente carezzare oppure surdimensionandole e caricandole di energia come mani che col disegno e la pittura possono efficacemente colpire in modo preciso, quasi da scientifico strumento di guerra, qualsiasi obiettivo. Le mani come armi (anche quelle degli artisti possono esserlo), prolungamento e materializzazione di un pensiero punitivo e devastante. I richiami alla storia dell’arte vengono inseriti da Biagioli e Mattiello al fine di allargare gli orizzonti stilistici, temporali e tecnici, della storia di Tecla; vanno dal cinema alla pittura, ed è il caso de La conversione di Saulo del Caravaggio nella tavola col Priore disteso a terra e poi calpestato dal suo stesso cavallo. L’epilogo si concretizza in una violenza distruttiva che non è possibile arrestare, una carica emotiva che investe tutto e tutti tranne i morti e i giusti, con le immagini divorate, in silenzio, dal fuoco creativo e dalla vendetta che richiamano alla mente gli occhi glaciali – e increduli di fronte alle proprie spaventose facoltà – di Carrie. Ma, mentre nel film di Brian De Palma, tratto dal libro di Stephen King, la violenza è palpabile e gli spasmi assordanti di chi violentemente perisce scorrono a fiotti dai fori della pellicola che vorticosamente gira, nelle tavole di Biagioli e Mattiello l’inarginabile furore, che si ferma solo nell’esplosione della catarsi finale, non è urlato, bensì privo di voce. E, come Bacon dissolve il dolore delle terribili distorsioni di ossa e muscoli nelle trasparenti tende e velature che circondano le figure o negli sfregazzi d’incrostate coste di velluto tampone trasferendo tutto nella dimensione estetica della pittura, così, nelle tavole dei due artisti toscani, l’incontenibile violenza si diluisce nella poesia di quel segno volutamente tremulo che nuota leggero nelle delicatissime e acquose stesure dai colori tersi e brillanti.
Lo zoom finale, nell’ultima tavola, è forse il primo passo che porterà Tecla, la Favola del Male ad avere uno sviluppo in una possibile animazione?